Testimonianza di Laura Zucchi

Contributo di Laura Zucchi

Testimonianza di Laura Zucchi, scritta di proprio pugno il 25/08/2012. La donna, cittadina di San Possidonio, racconta le scosse del 20 e del 29 maggio, riflettendo sulle proprie emozioni e sulla gestione dei soccorsi.



La notte tra il 19 e il 20 [maggio] era per noi la notte bianca. A Modena erano previsti molti eventi culturali e non, a Carpi e a Mirandola, oltre alla notte bianca c’erano le sagre; senza parlare del Basso Mantovano, con feste e sagre. In quei giorni si parlava di concorrenza. Una Mirandola non poteva competere con una Carpi o un Modena. Il bacino di utenza era troppo ristretto per avere così tanti eventi in programma la stessa sera. Poi, sono state annullate tutte le notti bianche a causa di un evento nefasto di quei giorni. I palinsesti, però rimanevano ma con un orario un po’ ridotto… per fortuna! All’ 1.30 di notte in molti hanno sentito tremare la terra. Ma era una scossetta, come tante altre che si sono sentite durante quest’inverno. Io andai a letto non troppo tardi e questa scossa non la sentii, ma prima delle 4 mi dovevo svegliare per far fare la pipì a mio figlio. Al buio. Lui con gli occhi chiusi. Maschio… automaticamente la pipì va a bagnare mezzo bagno. Rimettilo nel letto. Vai a pulire. La faccio anch’io, ritorno a letto,… insomma ormai mi ero completamente svegliata… Un martellio prepotente si insediò nelle mie orecchie e occupò tutto lo spazio nella mia camera semi vuota, era come se le pietre della casa sbattessero l’una contro l’altra. Non avevo porte nei muri portanti, o perlomeno non che io ricordassi. Sotto al letto non ci passavo… l’unica era mettersi a scudo su mio figlio. Così feci. Silenzio. Buio. Il terremoto… il terremoto… è il terremoto… dicevo bisbigliando tra me e me. Non è successo nulla. Andiamo. Zacky (mio figlio) andiamo. Non è successo nulla. Il terremoto. Continuavo a sussurrare cosciente di ciò che era successo. Mi aspettavo che le campane della chiesa suonassero l’allarme, invece solo gli allarmi delle macchine sembravano impazziti, uno dietro l’altro si accendevano e non accennavano ad attenuarsi. Cercavo il cellulare per comunicare con i miei genitori. Ma porc… non si vedeva nulla… la luce… ma cavolo! Dov’è? Riesco ad accendere l’interruttore, ma era stata tolta la luce. Continuo a non vedere. Cavolo, cavolo, cavolo! Non è successo nulla. Il terremoto, Zacky andiamo giù. Finalmente si accende l’abat-jour, metto gli occhiali, accendo il cellulare. Mi alzo, prendo in braccio mio figlio che, lui, stava ancora dormendo (ah i bambini!!), prendo una maglia per coprirlo, scendo in giardino dai miei genitori che vivono proprio lì, attaccati a me. Trovo mio fratello impaurito, mia madre e mio padre in giro con la tremarella, mia sorella che spazza i cocci a terra… mia sorella che spazza? Elly, forse è meglio che accendi il cellulare, ti ricordi di essere vicesindaco? Ah sì! Hai ragione! Da lì uscì e non se lo sarebbe mai aspettato di dover stare, per 20 ore al giorno, fuori casa, per tanto, tanto tempo. Le luci delle case e dei palazzi intorno si erano accese, gli allarmi continuavano, la gente si raggruppava e ci si chiedeva come andava,… Piccole scosse continue ci facevano ondulare. Le prime crepe si vedevano su alcuni muri. Tutti avevamo capito che era qualcosa diverso dal solito, ma volevamo ritornare a letto, dopo aver pulito. Muri portanti,,, allora… questo per chi dorme in questa stanza… quello per gli altri… bene… buona notte… Altra scrollata… allarmi…. No, si ritorna giù… Riceviamo una telefonata dal comune. Ok, prepariamo il thè per la protezione civile che, mio fratello, la sua morosa e i figli del sindaco, poi avrebbero distribuito. Da lì, nessuno di noi si sarebbe più fermato. E chi lo sapeva! Durante la settimana si sono susseguite un’infinità di scosse, più o meno forti, ma il 29, molti di noi si sono recati sul posto di lavoro. Molti, troppi. Troppi morti, quel giorno. Non erano abbastanza quelli del 20? Non avevamo pagato già a sufficienza? Il 20 la televisione ne aveva già annunciati, ma eravamo stati benedetti. Se fosse successa qualche ora prima, tutta la gente era nelle piazze, se fosse successa qualche ora dopo, la gente sarebbe stata tutta nelle chiese, in occasione di comunioni, cresime e matrimoni. Sarebbe stata strage. Ma il 29, il 29 non poteva venire. Martedì mattina, molti, troppi i morti, quasi tutti nei posti di lavoro. Erano andati per mettere al sicuro l’azienda. Troppi. Una casa mi crollò accanto, diversi ragazzi attraversarono la strada a pochi metri dalla mia macchina che sbandava brutalmente sull’asfalto ondeggiante… spensi la macchina e li soccorsi. Chi aveva la nausea, chi piangeva, chi urlava. Scosse continue, forti e nette si susseguirono quella mattina. La terra non ci voleva più. Un continuo movimento. La terra aveva deciso di ribellarsi e di farci ballare. Le sirene delle autoambulanze e delle forze dell’ordine erano diventate la colonna sonora di quel giorno. Un elicottero sorvolava sulle nostre teste. Case, palazzi, muretti erano evidentemente rimasti offesi, crollati. Tutto era già in sicurezza dalla scossa del 20. Ma non le persone che morirono proprio quel giorno. Ritornai a casa. Tra una scossa e l’altra riuscii a sistemare casa mia, che pur con delle crepe, era casa mia. Altra scossa enorme. Di nuovo allarmi, di nuovo sirene. Basta! La casa trema. È evidente. Guarda! Si muove! Le finestre sbattono. Guarda! La casa! No. Non posso stare qua. Vado al Campo Toscana dai miei bimbi. Già. Anche nei giorni in cui ho continuato a lavorare dopo la prima scossa, mi ritagliavo del tempo per i bimbi del campo. Era ciò che sapevo fare meglio. Ora mi potevo dedicare a loro e a tutti quelli che avevano perso la casa. Un’ondata di solidarietà è partita da tutta Italia e ci ha travolto. Dei cuori enormi si sono spostati e ci sono venuti a trovare portando tanto. Ogni camion, ogni macchina che arrivava lo si salutava e lo si accoglieva calorosamente. Si scaricava, si prendevano i nominativi e si ringraziava. Era fantastico. Arrivavamo a sera stremati. Stanchi dagli sforzi fisici, dal sole e dalle continue scosse. Una delle prime città che arrivò con gli aiuti fu Reggio Calabria. Una città della regione più povera d’Italia. Più povera d’acqua, oltretutto. E cosa donò? Dei bancali d’acqua. Ho avuto un momento di blocco. Ho lasciato che il mio cervello e il mio cuore registrassero questa sensazione stupefacente. Ma non c’era tempo. C’era del lavoro da fare. Passando da un magazzino all’altro e da un campo all’altro, con il 29 infatti un altro grande campo si era formato, in bicicletta, mi accorgevo e prendevo atto sempre di più delle nostre condizioni: alcune case erano distrutte, altre sarebbero state abbattute di lì a poco, perché il terremoto le aveva segnate. Sì il terremoto segna. Sembrava avesse giocato a tris su certi palazzi. Dei muri contrassegnati con delle X enormi. Un palazzo, particolarmente inquietante, era pieno di questi segni, delle crepe profonde attraversavano i suoi muri. Dei panni lasciati a prendere aria fuori da una finestra. Sono stati lì dei giorni. Finché il palazzo, tutto quanto, non è stato abbattuto. Dicevo, la nostra realtà sarebbe cambiata per sempre. E si vedeva. Lo si notava dal nuovo paesaggio urbano. Tutti, e dico tutti, i centri di aggregazione sarebbero stati smantellati: le scuole, tutte inagibili, la chiesa con il chioschetto accanto, offesi pesantemente già dalla prima scossa, il teatro (il mio teatro!!!!!) inagibile, la Villa Varini, centro per doposcuola, oratorio e feste parrocchiane e non, stava crollando. Solo La Bastia si era salvata. Anche la palestra, dove la prima sera, il 20 maggio, abbiamo allestito il dormitorio per 70 donne e una 50ina di bambini, era ora inagibile. La Polisportiva veniva ora occupata dalla Protezione Civile di Ravenna e poi del Lazio. Tutta, ma proprio tutta la vita sociale stava andando in crisi. Si stava bloccando. In realtà eravamo tutti lì, a darci una mano, cercando di coordinare e organizzare. Ore su ore dei dipendenti comunali, dei vigili del fuoco, di volontari più o meno organizzati su tutto il territorio del paese. Ogni tanto qualche scossa ci faceva traballare, ma si continuava imperterriti. La sera ci si rifugiava nelle tendopoli private e si raccontava, si chiedeva, ci si domandava: ma gli aiuti, dico, quelli dello Stato, arriveranno? Mmm, diffido, ma c’è tanta solidarietà. Tanta. Si, tanti volontari sono ritornati più volte per aiutare, per donare, per stare in compagnia. Fortunatamente in giro per l’Italia, tante associazioni, gruppi, comuni, si stanno impegnando per raccogliere fondi. I progetti ci sono. Ci sono le forze. Ma ciò che manca sono sempre i soldi, quei maledetti soldi. Organizziamo feste, vendiamo il formaggio, vendiamo magliette. Ci dicono che sono sempre pochi. Per ricostruire il nido e le Scuole d’infanzia? Per le Scuole Elementari? Ma le Scuole Elementari non sono intatte? Da fuori sono perfette. Da fuori! E dentro? Sembrava di fluttuare quando si è andati a recuperare qualcosa dentro. La chiesa? Be’ quella, non pensiamoci ora… l’Oratorio? Dove si farà ora? Speriamo che l’estate duri tanto e che il Buon Dio ci aiuti. Solo ora ci rendiamo conto di quanto è stato fatto, di quante scosse hanno tirato, di quanto è stato danneggiato e solo ora ci accorgiamo veramente di quanti soldi occorrono per ricostruire tutto. Tutto quanto! [25 agosto 2012]
Comune di San Possidonio, Piazza Andreoli, San Possidonio, MO, Italia
Comune di San Possidonio, Piazza Andreoli, San Possidonio, MO, Italia